Il Cardinale Roger Etchegaray

 

Dal 24 giugno 1998 il Titolare della Diocesi di Porto - Santa Rufina è S.E.R. il Sig. Cardinale Roger Etchegaray (foto), nato ad Espelette (Francia) il 25 settembre 1922.

Indirizzo per la corrispondenza:

S.E.R. il Sig. Cardinale Roger Etchegaray
Palazzo di San Calisto
00120   CITTA' DEL VATICANO


 

S.E.R. il Card. Roger Etchegaray

 

Cenni biografici

Roger Etchegaray nasce il 25 settembre del 1922 ad Espelette, Diocesi di Bayonne, in Francia. Figlio di Giovanni-Battista Etchegaray e di sua moglie Aurélie. E’ battezzato alcuni giorni dopo con i nomi di Roger – Marie – Elie. Ha due sorelle più giovani, Giovanna e Maité.

Frequenta il Seminario di Ustaritz a Bayonne, il Seminario Maggiore di Bayonne ed infine la Pontificia Università Gregoriana di Roma. E’ ordinato sacerdote il 13 luglio 1947, da S.E. Mons. Jeans Saint-Pierre, Vescovo titolare di Gordo e ausiliare di Cartagine in Tunisia. Dal 1947 al 1961 ha un impegno pastorale nella diocesi di Bayonne; quindi è segretario del Vescovo S.E. Mons. Leon Albert Terrier ed infine Vicario generale. Dal 1961 al 1966 è segretario aggiunto della Conferenza Episcopale di Francia. Nel 1965 è segretario del comitato per le relazioni tra le Conferenze Episcopali Europee. Dal 1966 al 1970 è segretario della Conferenza Episcopale Francese.

Il 29 marzo 1969 viene eletto Vescovo titolare di Gemelle di Numidia e nominato Vescovo ausiliare di Parigi. Viene consacrato il 27 maggio del 1969 presso la Cattedrale di  Notre-Dame a Parigi, dal Card. François Marty arcivescovo di Parigi, assistito dal S.E. Mons. Paul Gouyon, Arcivescovo di Rennes e da S.E. Mons. Wladyslaw Rubin, Vescovo titolare di Serta ed ausiliare di Gniezno, entrambi divenuti poi Cardinali.
Il 22 dicembre del  1970 è promosso alla sede arcivescovile di Marsiglia. E’ il primo presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee, negli anni 1971 - 1979. E’ presidente della Conferenza Episcopale della Francia, negli anni 1975 -1981. Prelato della Missione de France, il 25 novembre del  1975.

Viene creato Cardinale dal Ven. Giovanni Paolo II e riceve la berretta rossa ed il titolo di San Leone I nel Concistoro del 30 giugno 1979.  L’8 aprile del 1984 viene nominato presidente del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax e Cor Unum. Il 13  aprile del 1985 si dimette dal governo pastorale dell'Arcidiocesi di Marsiglia. Il 15 novembre del 1994 viene nominato presidente del Comitato Centrale del Consiglio di Presidenza per il Giubileo dell'Anno Santo del 2000. Il 2 dicembre del 1995 lascia la presidenza di Cor Unum. Il 24 giugno del 1998 cessa il suo incarico come presidente del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax

Il 24 giugno del 1998 è nominato Cardinale del titolo della nostra Diocesi Suburbicaria di Porto – Santa Rufina. Dal 30 aprile del 2005 è Sottodecano del Collegio Cardinalizio.

 

 

 

 

21 novembre 2010
riapertura della Chiesa Cattedrale a La Storta, dopo il restauro 

 


Alcuni articoli

Islam qual è il tuo volto? (Avvenire, 21/09/2012)

Roger Etchegaray: «Il Concilio, l'avventura da cui non sono mai uscito» (Avvenire, 03/05/2012)

La misteriosa certezza della Risurrezione (Il Regno, 6/2012)

Il Vescovo e l'elemosina della preghiera (30Giorni, 1-2/2012)

Il Card. Etchegaray celebra la Pentecoste a San Pietroburgo (La Croix, 21 giugno 2011) 

Testimonianza con l'inchiostro di China (30GIORNI, dicembre 2010)

"Al suo fianco, come sempre" - di Angelo Scelzo per Avvenire (6 aprile 2010) e l'intervista al Card. Etchegaray sul particolare momento che vive la Chiesa (La Stampa, 4 aprile 2010)

"Il mio ingresso nella storia cadendo con il Papa" - intervista al Card. Etchegaray (30 gennaio 2010)

Il Santo Padre fa visita al Card. Roger Etchegaray convalescente presso il Policlinico Gemelli di Roma  (9 gennaio 2010)


 


Roma, Basilica di Santa Maria in Trastevere, ottobre 2009

 

 

Antologia
(da: Ho sentito battere il cuore del mondo, Ed. Paoline, Roma 2008).

 

La famiglia

Le mie radici – della terra e del cielo – sono a Espelette, un piccolo villaggio dei Pirenei Atlantici in cui nacqui il 25 settembre 1922 e in cui fui battezzato alcuni giorni dopo con il nome di Roger, Maria, Elia. Ho lasciato Espelette a dodici anni per gli studi secondari, ma dopo l’ordinazione sacerdotale ci sono tornato ogni anno per una settimana di vacanze. La scelta apostolica, che mi avrebbe condotto così lontano dai Paesi Baschi, non mi ha impedito di portare sulla suola delle scarpe, per tutta la vita, ovunque nel mondo, qualche zolla della terra natale (…) Sono cresciuto li, con mio fratello minore Jean e la sorellina Maité, fra il ticchettio degli orologi, il rumore sordo della forgia, il martellare dell’incudine, lo stridore delle fresatrici, il baccano della segheria dei tronchi d’albero. Non ho mai saputo come mio padre avesse incontrato mia madre Aurélie, quindici anni più giovane di lui, ad Ahetze, un villaggio della Costa Atlantica che all’epoca non era collegato a Espelette da nessuna buona strada: nel 1921 vi si recò su una carrozza a cavalli per sposarla. Se tutte le madri sono sante, la mia lo era in modo esemplare… per me e per la mia famiglia! Porto ancora nella carne la bruciatura della sua tenerezza divina a tutta prova.

 

il Card. Etchegaray a Espelette, con sua sorella Maité

 

La scoperta della vocazione

La mia vocazione, o piuttosto il desiderio di essere sacerdote, è nata il giorno della prima comunione. Avevo appena sette anni. Niente di meno miracoloso, niente di più vago: volevo semplicemente diventare come il sacerdote che quel giorno mi dette il Corpo di Cristo. Ero incapace di precisare questa sorta di chiamata interiore, ma la formazione sacerdotale – che non è mai terminata – ha fatto di tutta la mia vita una risposta costante a una chiamata costante per compiere la volontà di Dio, scoperta passo dopo passo. La mia famiglia fu il primo e il miglior seminario della mia vocazione, rispetto alla quale la sentivo discreta, di una discrezione che ardeva di rispetto e gioia.

 

L'ordinazione sacerdotale

Fui ordinato sacerdote a Espelette il 13 luglio 1947, dopo un anno di studi al Seminario Francese di Roma. Poiché il Vescovo di Bajonne, Monsignor Terrier, non era disponibile, fu un Vescovo Basco in pensione nella regione, Monsignor Saint-Pierre, ex vescovo ausiliare di Cartagine in Tunisia, a impormi le mani nella chiesa del villaggio. La cerimonia era in latino ma i canti in basco. Parenti, amici, vicini, era presente tutta Espelette. Fu una festa grande e bella. Sull’immaginetta dell’Ordinazione Sacerdotale avevo ricordato questo pensiero di Padre Chevrier: “è un bel periodo per essere prete!”. La sera stessa dell’ordinazione, ho chiesto a Dio la grazia di non abituarmi mai a essere prete.

 

Il Concilio Vaticano II

Ricordo come se fosse ieri quel giovedì 11 ottobre 1962. Cominciando dalla sfilata della moltitudine di Vescovi mitrati che precedeva il Papa sulla sedia gestatoria, la tradizionale portantina: dalla porta di bronzo, attraverso Piazza San Pietro, salgono cantando verso la Basilica. È piovuto per due giorni, ma quella mattina il cielo lascia filtrare il sole. A mezzogiorno suonano le campane di tutte le chiese del mondo. La messa è celebrata dal Cardinale Eugène Tisserant, decano del Sacro Collegio, con la barba e le spalle energiche da Lorenese. Giovanni XXIII, dai lineamenti già segnati dalla malattia, sotto un baldacchino circondato da ventagli in piume di struzzo, è raggomitolato in una preghiera continua che lo isola da tutto quel fasto.

 

 

La nomina episcopale

Era una sera del marzo 1969. Come ogni anno, passavo a Courchevel 1850 una settimana a sciare. Rientrando sfinito nel presbiterio dopo la chiusura delle piste, mi sentii dire dal parroco che il Nunzio a Parigi cercava di raggiungermi con la massima urgenza. Come Segretario dell’Episcopato, avevo rapporti frequenti con Monsignor Bertoli, dunque quella telefonata non mi stupiva. Lo richiamai, ancora in tenuta da sciatore: “il Papa la nomina Vescovo! Mi annunciò”, “ma devo riflettere, per rispondere a una chiamata così importante!”. “No, no, subito! Oppure, se ci tiene, le concedo la notte, in segreta!”. Ho dovuto così trasmettere il mio “si” senza indugio. (…) L’ordinazione episcopale ebbe luogo nella Cattedrale di Notre-Dame il 27 maggio, al termine di un’assemblea di una Conferenza Episcopale. Questo spiega, perché ricevetti l’imposizione delle mani di oltre 100 vescovi, alcuni dei quali venivano da molto lontano (…). Spesso mi hanno chiesto quali erano il mio stemma episcopale e il mio motto di Vescovo: a costo di stupire, non ho mai voluto insegne, non certo per distinguermi o per dare qualche lezione agli altri Vescovi, ma per la semplice preoccupazione di non portare nessuna traccia gentilizia in una Chiesa che deve essere “serva e povera”. Questo non mi ha valso solo felicitazioni. Ancora oggi, credo proprio di essere l’unico Cardinale che non si è prestato alle leggi squisitamente antiquate dell’araldica ecclesiale.

 

A Marsiglia

Conoscevo pochissimo Marsiglia, così lontana da Parigi e da Bajonne. Sapevo solo quello che conosce ogni buon francese – od ogni buon cristiano – della sua ricca storia, a volte abbellita dalla leggenda. Vi ero andato alcuni mesi prima per rappresentare il Segretariato dell’Episcopato alle esequie di Monsignor Jacquot … senza pensare che avrei potuto essere il suo successore. E mi ritrovavo in quella che era stata la sua residenza. Annotai subito sulla agenda la prima sera: “mi rendo conto della rottura con Parigi. E molto duro. Impressione di vuoto, di solitudine e, allo stesso tempo, sensazione di divenire per molti marsigliesi polo di attrazione, punto di riferimento”. (…) Ho cercato ad ogni costo di condividere il più possibile la vita del popolo marsigliese, di annunciargli la buona notizia del Vangelo in ogni occasione “opportuna e non opportuna” secondo l’espressione dell’Apostolo Paolo. Sono convinto che il mondo resti ancora, malgrado tutto, permeabile al messaggio di Cristo: l’uomo d’oggi ha un tale bisogno disperato, confessato o no, della Parola di Dio.

Ricordo una cresima nella parrocchia della Belle-de-mai. Nel momento in cui stavo per ungere la fronte di un ragazzino di 11 anni, lui mi guardò negli occhi e mi chiese: “Monsignore, da quale apostolo discende?”. Aveva imparato al catechismo che il Vescovo era il successore degli Apostoli. Gli risposi prontamente: “dai dodici contemporaneamente!”.

 

 

Il Cardinalato

Sono stato creato Cardinale dal nuovo Papa Giovanni Paolo II al Concistoro del 30 giugno 1979, a Roma, nella prima “infornata” dei Cardinali. Ero stato informato in proposito da un segretario del Nunzio, venuto a bella posta ad annunciarmelo a Lourdes, dove mi trovavo in pellegrinaggio con la Diocesi: ogni anno portavo a Lourdes un numero crescente di giovani a cui riservavo una giornata in montagna. I primi a sapere la notizia furono i giovani pellegrini entusiasti con cui percorrevo le cime di Gavarnie. A Roma quando ricevetti il Cappello Cardinalizio mi fecero festa i marsigliesi, Gaston Defferre [il Sindaco di Marsiglia] in testa, e anche i baschi, che avevano noleggiato un charter da Biarritz. Ma che cosa significa essere Cardinale? Ogni Cardinale è Cardinale di Santa Romana Chiesa. Questo aggettivo, “romana”, è essenziale. Non si può evitare di usarlo senza falsare il significato del Cardinalato. È come Vescovo di Roma, sede del Successore di Pietro e Paolo, che il Papa mi ha affidato una delle sue Chiese, San Leone Magno, associandomi così alla sua sollecitudine apostolica universale.

 

A Roma

Un giorno di marzo del 1984, il Nunzio Apostolico a Parigi mi ha telefonato per informarmi che Giovanni Paolo II desiderava farmi andare a Roma presso di sé. A quale servizio della Curia mi destinava il Papa? Il Nunzio stesso non lo sapeva. Dovevo semplicemente esprimere, senza indugio, la mia disponibilità … Lasciare Marsiglia! E senza sapere per quale compito! Qualche giorno dopo una nuova chiamata del Nunzio mi precisò che il Papa intendeva affidarmi due Dicasteri della Santa Sede: Justitia et Pax e Cor Unum. Ho capito più tardi perché mi era stato imposto un tale salto nel buio: bisognava che il Papa potesse accertarsi di quali Cardinali avrebbe disposto, per operare poi una giudiziosa distribuzione sullo scacchiere dei posti da assegnare nella Curia. Che Dio ci assista! La mia nomina ufficiale è stata pubblicata l’8 aprile 1984.

 

Il lavoro in Dicastero

Vi fu, costantemente, la nostra preoccupazione per la collaborazione ecumenica. Ricordo numerosi andirivieni fra Roma e Ginevra presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese, così come interventi personali, o al Lambeth Palace, a Canterbury, o al Patriarcato di Mosca, o sulle rive del Bosforo in cui ha sede il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli.

 

 

La Città di Roma

Ho già ricordato i miei legami con la Parrocchia di San Leone Magno all’epoca in cui questa Chiesa popolare era il mio titolo cardinalizio. Ma nel quotidiano Roma per me è innanzitutto il quartiere di Trastevere, dove abito da più di 23 anni a due passi dal Tevere – questo fiume in cui non è sempre stato facile, nel corso dei secoli, dipanare le reti dei Papi e quelle dei Cesari. Trastevere è una denominazione geografica che situa il quartiere in modo marginale (“al di là del Tevere”), ma esso resta tipicamente romano, con questa fierezza popolare di coloro che si chiamano in romanesco noantri . E io mi sento proprio uno di loro, trasteverino da lunga data e non turista di passaggio, gironzolando nelle loro viuzze, portando i miei invitati nelle loro trattorie, condividendone la gioia per la festa della Madonna del Carmine, incoraggiando le iniziative umanitarie della comunità di Sant’Egidio fondata dal Professor Andrea Riccardi, o bighellonando in Piazza Santa Maria, piena zeppa di gente in certe sere d’estate. Chi, meglio del poeta Trilussa, ha saputo descrivere la gioia di vivere in questo quartiere? Il mio attaccamento verso di esso è tanto spirituale quanto materiale: qui viveva gran parte degli ebrei romani all’epoca dell’arrivo di Pietro e Paolo che, anch’essi ebrei, hanno dovuto trovare in Trastevere la prima accoglienza, prima di portare la buona novella a quel popolino che brulicava lungo le rive portuali del Tevere.

 

Incontro con Fidel Castro

Era il 17 dicembre 1992, sul far della notte. Gli raccontavo che quella mattina avevo presieduto il pellegrinaggio popolare – e un po’ sincretistico - al Santuario di San Lazzaro, patrono dell’Avana, a 30 chilometri dalla capitale. Mi disse che sua madre vi si recava ogni anno e lo portava con sé  quando era bambino. Mi chiese a  bruciapelo quanti santi c’erano in cielo. Imbarazzato, evocai il nugolo di santi, non scritti sul calendario, che la Chiesa celebra a Ognissanti. Aggiunsi che forse in quel momento sua madre e la mia si trovavano fianco a fianco a cantare insieme la gloria di Dio. Lui e io ci siamo guardati allora come due bambini, e mi sono accorto che aveva una lacrima sulla guancia.

 

 

Incontro con Saddam Hussein

L’indomani, 15 febbraio 2003, al mattino presto è stato confermato il mio colloquio con Saddam Hussein. Dopo aver cambiato posto tre volte, sono arrivato infine verso le 11 in uno dei palazzi del Presidente, su un’auto con le tendine abbassate. Il colloquio è durato un’ora e mezza. Dopo aver rammentato al Presidente il nostro incontro del 1985, gli ho consegnato una lettera personale del Papa, ricordando la solidarietà del Santo Padre con le “sofferenze e le privazioni del popolo iracheno” – una allusione all’embargo – e il suo desiderio di fare di tutto per evitare la guerra. Ho insistito anche perché lo stato iracheno intensificasse la propria collaborazione con le Nazioni Unite, in conformità ai principi della giustizia e del diritto internazionali, affinchè il ristabilimento della fiducia permettesse all’Iraq di ritrovare il suo posto nella comunità mondiale. Ho aggiunto che “la sorte del popolo iracheno, amante della pace, doveva prevalere su qualunque altra considerazioni”. Risposta di Saddam: “conosco e apprezzo la posizione del Papa e della Santa Sede. L’Iraq non possiede armi di distruzione di massa. Nonostante tutto, siamo pronti a collaborare con gli ispettori dell’ONU e anche con gli agenti della CIA! Ma non spetta a nessuno raccomandare un cambiamento di regime a Baghdad! Che cosa si esige dall’Iraq? L’Iraq non ha alcuna pretesa egemonica, contrariamente agli Stati Uniti! Quanto ai principi, quelli che hanno sempre inspirato il nostro regime sono il rispetto degli altri paesi e di tutte le credenze religiose. Fra tutti i paesi arabi, l’Iraq è quello che rispetta nel migliore dei modi la libertà dei cristiani. Eppure, vede come la comunità internazionale tratta in maniera diversa l’Iraq e Israele”. Saddam non ha visto che nel corso di tutto il colloquio stringevo in mano il Rosario mariano … così come anche lui sgranava di quando in quando il rosario coranico. Ha messo fine al colloquio, curiosamente, con una battuta inaspettata. Congratulandosi con me per la mia buona salute ha detto “se lei non fosse un sacerdote, le avrei suggerito di sposarsi. E le avrei trovato una bella irachena!” questo spiega, sulla foto scattata alla fine del colloquio, una risata proprio fuori luogo in una circostanza così grave.

 

 

Viaggio in Cina

Sono stato ricevuto anche all’Assemblea Popolare Nazionale, organo supremo del potere dello Stato, che ha sede in un palazzo affacciato su Piazza Tienanmen. Il suo vice presidente Ulanfu, membro del Direttivo del partito, mi ha sorpreso sottolineando che lui era mongolo quanto io ero basco, e che entrambi eravamo in certo qual modo minoranze etniche. Gli ho spiegato che Papa Giovanni Paolo II desiderava venire un giorno in Cina.
Alla fine dell’udienza mi attendeva la televisione nazionale: tutta la Cina ha scoperto per la prima volta un Cardinale (ma non vestito di rosso) accanto a un grande dignitario dello Stato. Accomiatandosi, Ulanfu mi ha detto: “saluto in lei un alto funzionario di una grande religione occidentale!”. Queste parole, che cercavano di essere piene di benevolenza, misuravano anche la distanza che separava ancora Pechino e il Vaticano.

 

La pace
(discorso all’Unesco. 21 settembre 2004).

Il mio messaggio sulla pace deve essere breve. Quindi (scusate l’immagine guerresca) ve lo consegno sotto forma di una raffica di convinzioni forgiate nel cuore dei miei vent’anni come globe-trotter attraverso quelli che vengono detti in modo eufemistico “i punti caldi”.
Oggi distinguo meglio il legame che unisce giustizia e pace, il cui bacio reciproco, cantato sull’arpa davidica (Salmo 85) è solo il segno fuggevole di una intimità senza posa e senza incrinatura. È tutto collegato: il minimo strappo alla tunica dell’umanità disfa la pace.
Oggi comprendo meglio fino a che punto i diritti dell’uomo siano indivisibili, richiedendo una determinazione accanita e costante per non ridurli a moneta di scambio fra Stati che si fanno concessioni per salvare i propri interessi. Mi sento solidale con i militanti dei diritti dell’uomo, spesso incompresi perché la verità dell’uomo che essi difendono viene da più lontano rispetto all’uomo stesso.
Oggi decifro meglio il più vecchio nome della pace, quello di disarmo, a cui si annette troppo poca importanza, come se si trattasse di una causa superata e disperata, camuffata in Paesi poveri in cui sovrabbondano le armi. Oggi scopro meglio la forza di un opinione pubblica, non anestetizzata, non manipolata, capace di allertare, di scuotere i poteri insediati, e rendo omaggio ai giornalisti e ai reporter che svolgono questo duro servizio, spesso a rischio della vita.
Oggi tocco meglio la fragilità di una pace degli uomini che non poggia sulla pace di Dio; una pace, quest’ultima, che introduce tutti gli uomini e tutto l’uomo, anima e corpo, nella sua integrità e nella sua armonia con il Creatore e con tutta la creazione.
Oggi colloco meglio la riconciliazione sulla strada della pace: essa l’accompagna ad ogni passo. Questo concetto, religioso quanto alla sua essenza, è divenuto politico, ma deve mantenere la sua linfa primitiva, senza la quale la giustizia ferita non sopporterà il balsamo della misericordia di cui Dio possiede il segreto.
La pace è possibile, anche oggi allorchè la logica della guerra viene a corrodere la logica della pace, allorchè la violenza polimorfa e cieca si intrufola dappertutto al punto di rendere la pace stessa bellicosa. Si, la pace è possibile, ma non può accontentarsi di discorsi incantatori, generali e generosi. Accanto a tecniche sempre più sofisticate per la guerra, la promozione della pace sembra insignificante, artigianale, ridotta a un bricolage di buoni sentimenti; per dire addio alla guerra, non basta salutare la pace.

 

I rifugiati 
(discorso all’ONU. 9 marzo 1993).

Più che mai occorre mettere l’accento sulle cause del fenomeno, come pure sulla sua globalità. Ciò rinvia in primo luogo alla responsabilità inaggirabile di uno Stato produttore di rifugiati. Quanto alla comunità internazionale, essa deve istituire meccanismi più efficaci di prevenzione; deve fare affidamento su un approccio nuovo del concetto di sicurezza e del concetto di sviluppo; deve dedicarsi maggiormente al rispetto effettivo dei diritti dell’uomo e delle pratiche democratiche; deve essere più vigile sugli equilibri economici ed ecologici. In breve, la questione dei rifugiati deve essere colta in un movimento di insieme che integri tutte le forze vive della società; non può più essere consegnata solamente a un riflettore mediatico che si sposta sulla carta mondiale secondo le opportunità e le emozioni, passando dall’infatuazione all’oblio, dal silenzio all’indignazione. (…) Più si fortificherà la coscienza dell’unità della famiglia umana e più si svilupperà uno spirito di solidarietà, una mentalità d’accoglienza capace di spazzare via gli argomenti che si nutrono esclusivamente di paura ed egoismo. Il rifugiato oggi è il test più sicuro della capacità di una società di farsi carico delle esigenze di una famiglia in cui tutti devono vivere da fratelli quali sono. La solidarietà è universale oppure non è solidarietà; una solidarietà selettiva è il controsenso della fraternità.

 

 

Le Beatitudini
(alla Conferenza dei Vescovi del Brasile. Brasilia, 2 luglio 1994).

Le Beatitudini ci chiedono il contrario di ciò che facciamo abitualmente. Il Cristo ci insegna a guardare il mondo alla rovescia e a trovarvi il vero della vita.

Beati i poveri! Beati non i dannati della terra, quelli che sono schiacciati dalla miseria e dall’assurdità della vita. Ma beati quelli che lottano con tutte le forze contro ciò che schiaccia l’uomo, contro la miseria. Quelli che non sono pieni di sé. Quelli che non lasciano che la loro vita si sovraccarichi del prestigio del sapere e del potere. Quelli che rifiutano di prosternarsi davanti al denaro e al profitto come davanti a un idolo. Quelli che accettano di essere disturbati dagli altri, di essere disturbati da Dio. Quelli che avanzano nella vita a mani nude e col volto scoperto. Beati i poveri, perché di essi è il Regno dei Cieli!

Beati i miti! Beati non i rassegnati, quelli che sopportano tutto, quelli che si abbandonano alla fatalità, quelli che temono i conflitti e li sfuggono. Ma beati i tenaci e gli impazienti, quelli che anche nella loro ribellione contro la violenza fanno della non-violenza l’arma della pace. Quelli che non cercano di dominare, ma di promuovere. Quelli che non vogliono avere successo a qualunque prezzo. Quelli che non vogliono avere ragione sempre e ovunque. Quelli che prendono in mano la propria vita e la portano con serenità davanti a Dio e davanti agli uomini. Beati i miti, perché erediteranno la terra!

Beati gli afflitti! Beati non quelli che frignano o piagnucolano, quelli che piangono solo su se stessi, beati quelli che piangono di compassione con coloro che soffrono. Quelli che si schierano attivamente dalla parte di coloro che piangono. Quelli che anche nelle lacrime, sono ancora capaci di lottare e di amare la fiamma che da la speranza. Quelli che non si lasciano sommergere né indurire dalle contraddizioni, dalla solitudine e dalla morte. Beati gli afflitti perché saranno consolati!

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia! Beati non quelli che sono satolli, che si aggrappano alle loro illusioni e ai loro privilegi, che non si aspettano nulla dagli altri, nulla da Dio. Ma beati quelli la cui vita è tutta abitata dalla passione perché l’uomo sia in piedi e il mondo vada bene. Quelli per i quali la lotta della giustizia è l’espressione della loro fedeltà a Dio. Quelli che non hanno paura di correre rischi. Quelli che non si accontentano del freddo equilibrio dei diritti. Quelli che affidano la giustizia alla misericordia di Dio. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, poiché saranno saziati!

Beati i misericordiosi! Beati non i cuori duri, quelli che fanno gli spacconi, né quelli che cedono davanti al male o alla miseria. Ma beati quelli che non pretendono di avere l’ultima parola quelli che non rimuginano i vecchi rancori. Quelli che non tengono conto delle offese. Quelli che non passano il tempo a preparare rivincite. Quelli che corrono il rischio di amare coloro che non li amano. Quelli che vanno fino in fondo a questo amore. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia!

Beati i puri di cuore! Beati non quelli che si crogiolano negli intrallazzi e nelle acque torbide, quelli che barano, quelli che si mettono maschere. Ma beati quelli il cui cuore è una sorgente trasparente. Quelli il cui sì è sì. Quelli che non si accontentano di belle promesse e di bei sentimenti. Quelli che comunicano agli altri la freschezza della loro amicizia e la verità della loro testimonianza. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio!

Beati gli operatori di pace! Beati non quelli che seminano il sospetto e la discordia, quelli che si rassegnano ai blocchi e alle divisioni, quelli che sono soddisfatti della pace. Ma beati quelli che costruiscono la pace come una conquista sulle loro debolezze e sulle loro contraddizioni. Quelli che, anche nella loro lotta, sono ispiratori di riconciliazione. Quelli che, sulle macerie del vecchio mondo, fanno risuonare il canto del nuovo mondo. Quelli che sanno da dove viene la vera pace e fin dove essa deve andare. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio!

Beati i perseguitati per causa della giustizia! Beati non quelli che nei sommovimenti dell’umanità si costruiscono una torre d’avorio, quelli che negli scontri dell’umanità si tirano d’impiccio. Ma beati quelli che trovano la croce in fondo alla loro strada per difendere la dignità di ogni uomo. Quelli che accettano di essere incompresi o perfino traditi. Quelli che sono perseguitati, incalzati fino alla venticinquesima ora. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.

 


Roma, 4 maggio 2010
convegno della Comunità di Sant'Egidio

 

Sii felice di esistere!

Questo augurio mi è stato rivolto da un famoso predicatore, in un rifugio dove tornavo dopo un’escursione sul ghiacciaio e sulla roccia.
Al momento questo augurio mi è parso un po’ breve. Un po’ piatto. Avrei accolto meglio: “sii felice di essere cristiano” o : “sii felice di essere Vescovo”! eppure, scendendo a valle, come Maria ho conservato queste parole nel cuore … ed esse si sono fatte strada.
È vero, non ci avevo mai pensato, ma la gioia di esistere è davvero la gioia più elementare, nel senso mineralogico del termine, una gioia solida come il granito, profonda come un crepaccio, pura come una sorgente.
È vero, ci lasciammo proiettare alla superficie di noi stessi, dove frusciano le nostre fragili azioni, lontano dal fondo del nostro essere, dove regna il silenzio degli spazi infiniti.
La gioia di esistere? È prendere a piene mani la terra che calpesto. È sentire l’odore dell’argilla con cui sono impastato. È scoprire in me tutti questi tratti rozzi dell’uomo primitivo. È ascoltare il respiro di tutto il mio essere, anima e corpo. È gustare il sapore del sale che rende sapida la mia vita. È essere un buon pagano, cioè un contadino credente che vive in armonia e anche in complicità con tutta la creazione. Penso a questa espressione di Pagnol: “i marsigliesi sono troppo occupati a vivere per perdere tempo a immaginare la vita degli altri!”.
La gioia di esistere? E’ ritrovare la memoria più remota quella delle mie origini, è bere alla sorgente della mia vita. È non abbandonarmi alla coscienza vertiginosa del mio  nulla, ma alla coscienza esaltante di guizzare fra le mani di Dio. È scoprire le impronte digitali del Vasaio su quel vaso fragile che sono io. È portare la bruciatura del ferro incandescente con cui il Pastore ha segnato il mio vello. È fiutare la freschezza, la novità perpetua del mio essere, che lo spirito creatore mi soffia in ogni istante. È avere un nome unico per Dio che mi fa esistere nominandomi e che ha voluto darsi un nome per me, un nome che stilla tenerezza e misericordia.
La gioia di esistere? È avere il gusto di Dio che dà il gusto di vivere. È credere che l’uomo non è “una passione inutile, un errore cosmico, un pellegrino assurdo del niente in un universo ignoto e beffardo” (Giovanni Paolo II). È accogliere le Parole di Cristo: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10, 10). È immergersi nell’acqua del mio battesimo e ritrovarmi così come la grazia mi fa vivere. È dare il giusto peso alla mia vita, perché essa non pesi troppo su di me. È accettare - come Cristo (Marco 14, 33) o San Paolo (2 Corinti 1, 8) – di essere invaso dalla tristezza dalla nausea d’avanti alla sofferenza, alla prova o all’insuccesso, prima di aderire serenamente alla volontà del Padre che è nei cieli. È camminare con il Cristo Pasquale, che è divenuto un vero “cittadino” della terra dopo essere disceso fin nelle sue viscere (Matteo 12, 40). È integrare la morte nel massiccio della mia esistenza e incamminarmi verso di essa nella più appassionante ma più solitaria delle mie scalate.
“Siate felici di esistere!”. Dopo aver ben digerito questo augurio in apparenza così banale, ve lo consegno come il più bello di tutti. E che il gusto di vivere vi faccia venire la voglia di cantare, intonati o stonati non importa! Siate come Dona Musique: “Dio mio, tu mi hai dato quel potere per cui tutti coloro che mi guardano hanno voglia di cantare, è come se comunicassi loro il tempo a bassa voce” (La scarpetta di raso, terza giornata, scena prima).  Si, siate felici di esistere … come me!

 

A mo' di conclusione. Ho sentito battere il cuore del mondo.

«Ho sentito battere il cuore del mondo...». Non occorre una bella faccia tosta per fare una dichiarazione così enorme? Eppure, alla fine della lunga strada che Dio mi ha fatto percorrere, nell’ora in cui il sole declina, essa risuona in me come una tranquilla evidenza e si prolunga in un’azione di grazia dagli accenti d’eternità.

Sì, ho sentito battere il cuore di un mondo
che aspira instancabilmente a vivere in pace!

La pace! Dopo averla servita così a lungo, mi rendo conto che la pace deve essere fatta in tempo ... di pace, ancor più che in tempo di guerra. Mai come oggi la guerra si è insediata nella pace. La violenza polimorfa e cieca si intrufola nel mondo al punto di rendere la pace bellicosa. Dopo le grandi guerre, le «vere» guerre interstatali, ecco che sorgono le piccole guerre intrastatali, le guerriglie, i conflitti identitari ed etnocentrici. Senza contare la mondializzazione di reti terroristiche, l’istigazione al traffico tanto sordido quanto cinico delle armi dette classiche nei Paesi poveri, e la proliferazione di armi nucleari al di fuori della stretta cerchia dei Paesi «ricchi».

Dopo tanti anni, misuro la scarsa portata delle grida o dei discorsi incantatori. La promozione della pace non può restare artigianale, ridotta a un bricolage di buoni sentimenti o di buone idee. L’ho detto qui o là durante le mie missioni più difficili: per dire addio alla guerra, non basta salutare la pace!

C’è un’arte della pace. Per di più, c’è una scienza della pace. Ecco perché la Chiesa svolge un’intensa e onnipresente attività, troppo poco conosciuta, all’interno degli organismi e delle conferenze internazionali, dove essa si fa portavoce della coscienza morale dell’umanità allo stato puro, trascendendo tutti gli interessi particolari: New York, Ginevra, Parigi, Roma, Vienna, Bruxelles, Strasburgo, sono altrettante sedi permanenti in cui, come osservatore occasionale, ho potuto conoscere e condividere questa passione ostinata della Chiesa per la pace e la riconciliazione fra i popoli.

La pace si è data dei nuovi nomi per difendersi meglio: sviluppo, giustizia sociale, ecologia ecc. E’ tutto collegato: il minimo strappo alla tunica dell’umanità disfa la pace. Durante i numerosi anni in cui ho coniugato giustizia e pace, ho compreso che l’unica pace vera è quella che riconosce e rispetta allo stesso tempo tutte le dimensioni dell’uomo.

La nausea di Auschwitz e di Hiroshima aveva spinto i firmatari della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo a indossare una corazza giuridica che ha permesso all’umanità di avanzare verso l’umano. Ma oggi questa stessa umanità, che si credeva immortale dinanzi a civiltà che, lo sapeva, erano mortali, si vede minacciata a sua volta. Dinanzi alla situazione vacillante del mondo, l’uomo moderno perde la bussola e inizia a dubitare di se stesso. L’appello disordinato che egli lancia ai diritti dell’uomo è il grido istintivo di chi vuole sopravvivere e superare questo dubbio.

Ma che elasticità nella definizione dei «diritti dell’uomo», che ventaglio nel loro spiegamento, che sfaldature fra l’Occidente e l’Oriente, fra il Nord e il Sud, che mercanteggiamento fra Paesi che si fanno concessioni per proteggere meglio i loro interessi e trasformano i diritti umani in moneta di scambio!

Onore al fante dei diritti dell’uomo! La sua vocazione è quella di rivelare l’uomo a se stesso a nome del Creatore. La sua missione è quella di ridestare l’uomo ai suoi fratelli e a nome loro. Ma il soldato di guardia, sempre sul chi vive, si ritrova talvolta non più dinanzi al sonno dell’uomo, ma a quello di Dio stesso. Desolazione di certe terre in cui Dio e l’uomo sembrano morti insieme. Solitudine di certi uomini testimoni di Hiroshima o della Shoah, ridotti a ripetere il grido di Gesù: «Mio Dio, perchè mi hai abbandonato?». Bisogna avere la folle passione per l’uomo, per lanciare ostinatamente sullo sconforto umano la grande rete della tenerezza divina...
 
La lotta per i diritti dell’uomo è come una guerra di logoramento. Si può tenere duro solo se ci si batte insieme. Questi stessi militanti, credenti o no, che invocano la nostra solidarietà con tutti gli oppressi, aspettano anche la nostra solidarietà con loro stessi. Dobbiamo difenderli, poiché la loro lotta spesso è incompresa, o addirittura pericolosa: non è un ghiribizzo, un gadget fra le mani di altruisti buoni, ma impegna tutta una vita, anima e corpo. Giacché nessuno può attribuirsi o accaparrarsi il monopolio dei diritti dell’uomo, nessuno Stato può rivendicare di essere la patria dei diritti dell’uomo.

Sì, ho sentito battere il cuore di un mondo
che aspira follemente a essere amato!

A una domanda impropria del giovane del Vangelo che chiede: «Chi è il mio prossimo?», Cristo dà una risposta decentrata: «Di chi sei il prossimo?». Non ho un prossimo, mi faccio il prossimo di qualcuno, e quindi ogni uomo diventa il mio prossimo. Risposta dinamica; e non casistica.

E quest’uomo, questo prossimo, deve essere amato per se stesso: egli non è una semplice ripetizione dell’amore di Dio. È più che amare Dio nel prossimo, è amare l’uomo «in se stesso», come ha proclamato così spesso Giovanni Paolo II, l’uomo tout court, trovando nell’amore di Dio per l’uomo il fondamento e il modello.

Il prezzo dell’uomo? È quello di essere senza prezzo. O meglio, è di essere costato la vita stessa del Dio redentore. Siamo lontani da questi traffici mercantili in cui si negozia il piede di un calciatore, la gamba di una star, la pelle di un immigrato, il cervello di uno scienziato. Più l’uomo si fa valutare a peso di denaro, meno è apprezzato col metro dell’amore.

Per dare a questo amore tutto il suo peso divino, gli evangelisti avevano inventato e lanciato sul mercato il termine carità, oggi screditato. Dobbiamo riabilitarlo, cancellando tutte le sue caricature e contraffazioni. Carità: passatempo per oziosi o calcolo appena velato di proselitismo. Carità: semplice soccorso senza la preoccupazione di risalire alle cause. Carità: attestato per avere la coscienza a posto, per coloro che si fanno complici delle ingiustizie sociali, e che trasforma gli uni in benefattori, e gli altri in assistiti. In una società in cui tutto si burocratizza, secondo le parole di Emmanuele Mounier, l’uomo «ha bisogno di provare l’amore a bruciapelo», la carità ne acuisce lo sguardo e permette di individuare angoli fino a quel momento sconosciuti, di dissodare spazi che essa consegna poi alla giustizia di cui amplia senza posta il campo.

La carità resta sempre al cuore delle lotte per la giustizia, poiché andando oltre il freddo equilibrio dei diritti attinge nell’amore di Dio forze creatrici illimitate per amare gli altri al di là di ogni giustizia. Condividere per amore conduce più lontano nella condivisione che condividere per giustizia. Il lebbroso ha «diritto» che la società lo curi, non ha «diritto» al bacio di Francesco d’Assisi – ma ne ha bisogno per essere colmo di gioia.

Su un aereo da trasporto merci carico di viveri che un giorno nel 1988 mi conduceva sugli altopiani di un’Etiopia famelica, ricordo di avere meditato questa pagina di sant’Agostino: «Tu dai del pane a chi ha fame, ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame e che tu non avessi da dare. È più autentico l’amore che nutri per un uomo felice, che non sa che farsene dei tuoi doni. Per il fatto che doni, sembri superiore rispetto a colui al quale doni. Fai di tutto perché egli sia tuo pari, perché vi troviate entrambi a dipendere da Colui al quale non si può dare niente».

Questa convinzione mi ha portato spesso a brandire, accanto al vessillo della carità la bandiera della solidarietà – una parola più secolare, probabilmente più leggibile per tutti, ma a cui la Chiesa, adottandola nella sua modernità, dà tuttavia un senso altrettanto pieno, altrettanto divino. La solidarietà è universale oppure non esiste. Una solidarietà selettiva è il controsenso della fraternità. Si scelgono gli amici, ma non i fratelli e le sorelle, e questo rende la fraternità, per il suo carattere indelebile, più onerosa dell’amicizia o dell’adesione a un club. Tanto più che la fraternità evangelica abbraccia tutta la terra perché ogni uomo, ogni popolo, si riconosce ugualmente amato da Dio. Solo questa visione unitiva dell’umanità rende, senza gioco di parole, la solidarietà «solida», affidabile come un soldo d’oro – l’antico solidus romano da cui essa trae il nome.

Con ogni probabilità non esiste alcuna ricetta, alcun piano sociale per vivere la solidarietà. Ma la Chiesa ci offre una chiave che, paradossalmente, ci introduce nella solidarietà universale attraverso una solidarietà specifica, la più sorprendente, anche la più coinvolgente: la solidarietà con i poveri. Il Cristo ne ha fatto la chiave d’oro del Vangelo nella predicazione inaugurale alla sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore ... mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunciare ai poveri un lieto messaggio».

Tutti i progressi di un popolo verso l’umanità, attraverso i secoli, sono stati realizzati a partire da alleanze con i poveri, e gli ordini religiosi hanno svolto in questo un grande ruolo. In America Latina ho potuto verificare spesso la forza di mobilitazione della cosiddetta «opzione preferenziale per i poveri» di una Chiesa per tutti. Vivere per i poveri, ma anche vivere con i poveri, solidale con i poveri: colui che non prova il morso della povertà nella propria carne rischia di addormentarsi nella sua comodità solitaria.

Il paradosso della nostra epoca è che il mondo si sveglia al dramma dei poveri con una mentalità da ricco, mentre la Chiesa si avvicina a esso con un cuore di povero. Di qui l’enorme equivoco che esiste fra la povertà economica e la povertà evangelica. Come far capire che si può conciliare una povertà da combattere con una povertà da abbracciare? Quale forma non insignificante può assumere oggi la povertà religiosa, che tanti uomini e donne vogliono testimoniare alla sequela del Cristo povero? Com’è difficile sposare «Madonna Povertà» in una società dell’abbondanza!

Sì, ho sentito battere il cuore di un mondo
che spera contro ogni speranza!

Amo troppo la speranza per non deplorare l’inflazione verbale che essa subisce. Tale inflazione la trasforma per certuni in una sorta di droga che permette di attraversare l’esistenza con un fiore in mano. Non si distribuisce la speranza come un pacco di viveri. Essa viene comunicata solo attraverso la testimonianza. L’importante non è ciò che diciamo sulla speranza, ma come viviamo di essa nel cuore della nostra vita quotidiana.

Se occorresse definire la nostra epoca, lo farei con la parola sfida, divenuta una delle parole più correnti del linguaggio moderno. Oggi, considerando tutto come una «sfida», si esprime la precarietà, l’incertezza o addirittura l’angoscia dell’essere umano. L’uomo, la cui missione è vivere del futuro, manca di appetito per il futuro. Ha paura di abitare l’avvenire, la sua dimora ancestrale: non si sente più «sicuro» (assuré, ovvero «assicurato» - nel senso alpinistico del termine) di riconoscervisi, se l’avvenire è uno specchio; di restarne padrone, se è un’opera da realizzare; di sopportarne il peso, se è un messaggio. Il professor Roger Mehl, teologo e pilastro dell’ecumenismo, definiva l’uomo contemporaneo allo stesso tempo «immensamente indebolito e smisuratamente cresciuto».

Ma quest’uomo balbettante, titubante, deluso o tradito dalle proprie opere, si aspetta molto dalla Chiesa – molto più di quanto confessi o perfino pensi. Questa è anche la mia esperienza di uomo di Chiesa, alimentata da tutti i miei incontri attraverso il mondo. Certo, spesso la Chiesa è messa alla gogna delle piazze pubbliche, in cui le si rimprovera tutto e il contrario di tutto. Oggi i discepoli di Cristo non hanno neanche cento minuti per convincere i loro contemporanei che il Vangelo è ancora nuovo.

Certo, il corpo della Chiesa è piano di cicatrici e protesi, il suo orecchio risuona del canto del gallo udito da Pietro dopo che ebbe rinnegato tre volte, la sua agenda è piena di appuntamenti mancati. E, nutrito nel serraglio romano, potrei allungare questa lista nera ... ma ricordo il mio incontro, in pieno regime comunista, a Mosca, con Alexander Men, un sacerdote ortodosso assassinato a colpi d’ascia nel 1990, e di cui sono stati pubblicati certi scritti dal titolo significativo: Le christianisme ne fait que commencer (Il cristianesimo non fa che iniziare). Ciò che conta, mi aveva detto, è vivere malgrado tutto come se fossimo contemporanei di Gesù Cristo, fondatori di nuove Chiese con gli apostoli.

Ignazio di Antiochia (le sue sette lettere a sette Chiese primitive mi hanno accompagnato spesso come un elisir prezioso) scriveva all’inizio del II sec.: «Mi sono rifugiato nel Vangelo come nella carne di Gesù Cristo». Se penso di non avere mai barato con il mondo, è perchè ho cercato di essere un testimone vivente del Vangelo di Cristo, di questa Chiesa dai quattro volti (Matteo, Marco, Luca e Giovanni) che mi ha portato con le sue mani materne e mi ha aiutato sempre a correggermi dagli strabismi o dalle miopie di una fede individuale. Così – è l’arte di ogni cristiano – mi sono sorpreso io stesso, nel corso della vita, a scrivere il quinto Vangelo, quello mio personale... lasciando allo Spirito Santo tutti i suoi diritti d’autore!

Un cristiano si sente a disagio nella sua Chiesa, se la indossa come un pret-à-porter. Vi si sente stretto, finché non cerca di mettersi a misura di una Chiesa senza misura. Dobbiamo amare la Chiesa così com’è, «allo stesso tempo antica e profetica, ammasso di rovine e fascio di germogli, intenta a venir meno e a rinascere», come diceva Jean Guitton. Amare la Chiesa dalle quattro stagioni: quando si chiude, quando trema, quando germoglia, quando risplende. Amarla con il realismo della fede, cioè con umorismo, soprattutto in tempi di crisi ed emergenza. Chiesero a Bernard Shaw: «Se scoppiasse un incendio nel momento in cui visita il British Museum, quale quadro cercherebbe di salvare?». Risposta dell’umorista: «Quello più vicino all’uscita!».

Ciò che importa non è affatto soltanto annunciare il Cristo, ma assicurarsi che sia proprio il Cristo a essere annunciato, un Cristo che non sia né da hit-parade né da serra calda, ma il Cristo vero Dio e vero uomo, il Cristo degli apostoli, il Cristo dei piccoli e dei semplici, il Cristo di cui riconosco l’accento galileo così vicino al mio accento basco, il Cristo che mi dice come all’apostolo Filippo: «Roger, chi ha visto me ha visto il Padre!».

Ne ho fatti di sermoni durante tanti anni e sotto tutti i cieli! Quante volte ho gridato Gesù sopra i tetti! Ma, lo confesso, mi sono sentito maggiormente testimone del Cristo quando l’annuncio ha preso la forma di una risposta a chi interrogava la mia vita cristiana tout court: «Perché sei cristiano?».

Bella domanda! Ogni volta che mi è stata fatta (soprattutto da giovani, spesso senza giri di parole), mi sono sentito ringiovanito nella mia fede battesimale, ripulito da tutti gli spruzzi della routine che si appiccica alla mia vecchia pelle di cardinale. Perché sono cristiano? Domanda imbarazzante che mi ha fatto sempre farfugliare quando ho cercato di rispondere da solo: di fronte a una domanda così singolare me la sono cavata solo con una risposta plurale... cioè di Chiesa.

La Chiesa? Quante volte ho meditato le parole di Jean Sulivan, questo sacerdote traghettatore di uomini: «La Chiesa è la comunione di tutti coloro, né migliori né peggiori, il cui sguardo è regolato su un’altra distanza, che hanno l’aria di additare un “territorio” umano in cui la notte è un po’ meno fitta, e che fanno venire voglia di credere che l’alba spunterà da quella parte».

Personalmente credo che Dio sia nuovissimo ogni mattina e che il suo Vangelo mi renda nuovo ogni mattina.

Parola di globe-trotter fra i popoli!
Parola di vecchio Cardinale della Chiesa!
Parola di semplice discepolo del Vangelo!

Così, alla sera della vita sento ancora battere il cuore dell’uomo. E il cuore di Dio. Poiché sono una cosa sola.

 

 

 


 

Alcune pubblicazioni del Card. Etchegaray

 


Roger Etchegaray, Ho sentito battere il cuore del mondo. Conversazioni con Bernard Lecomte.
Edizioni San Paolo, 2008.

 

 

Roger Etchegaray, Verso i cristiani in Cina. Visti da una rana dal fondo di un pozzo.
Editore Mondadori, 2005.

 

 


Roger Etchegaray, Vero Dio e vero uomo. Esercizi spirituali predicati a Papa Giovanni Paolo II e ai suoi collaboratori della Curia.
Edizioni San Paolo, 1997.

 

 


Roger Etchegaray, Tiro avanti come un asino. Cenni d'intesa al cielo e alla terra.
Edizioni San Paolo, 2007.

 

 


Roger Etchegaray, Che ne hai fatto di Cristo?
Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2000.

 

 
Roger Etchegaray, Pregare con Giovanni XXIII.
Edizioni San Paolo, 2002.

 

 

(pagina a cura di d. Roberto Leoni)