La «Rivoluzione della Tenerezza»

Messa nella notte di Natale in cattedrale
 
«Quella di questa sera è una celebrazione che tocca i sentimenti più belli e profondi del cuore dell’uomo. È la celebrazione della tenerezza di Dio che viene a consolare l’uomo nelle sue molte e serie fragilità».
 
Così il vescovo Gianrico Ruzza ha definito la Messa nella Notte di Natale, una celebrazione di «profonda intensità», soprattutto in un’epoca ferita da conflitti e solitudini.
 
Nell’omelia presieduta nella Cattedrale della Storta, il presule ha invitato i fedeli presenti a riscoprire la vera luce in un tempo dominato dal grigiore della violenza quotidiana, mettendo però in guardia da una deriva consumistica che rappresenta un vero e proprio «adulterio rispetto alla vera essenza, alla qualità e alla ragione della memoria liturgica del Natale».
 
Nel messaggio centrale ha criticato le «molte tirannie» della modernità: dalle dipendenze digitali alla cultura del «senso unico» che annulla il pensiero critico, fino a un’economia che esclude.
Ruzza ha sottolineato che «Gesù Cristo ha trionfato sul peccato e sulla morte ed è ricolmo di potenza», esortando i fedeli a non chiudersi in un «vile scetticismo».
 
La riflessione si è soffermata anche sulla concretezza dei simboli cristiani. Il pane, nato in una mangiatoia a Betlemme, diventa l'emblema della condivisione sociale: «il pane o si mangia insieme o è pane rubato, è pane a tradimento». Allo stesso modo, viene esaltato il ruolo della donna come «prima casa» dell'umanità, definendo il grembo materno come la «matrix, la prima casa di ogni creatura e la prima mensa di gratuità».
 
Il Natale chiama a guardare agli ultimi: le molte persone accompagnate dalle organizzazioni di carità presenti nelle due diocesi, i migranti reclusi a Ponte Galeria, i piccoli pazienti del Bambino Gesù e i senza tetto. Solo chi vive la condizione dei pastori, «distrutti e sperduti nella notte», sembra capace di cogliere il mistero.
 
Il vescovo invita a costruire una Chiesa che sia «paroikìa»:  un vivere nel «vicinato di Dio e di tutti gli altri, residenti, oriundi e stranieri», per dare finalmente a Gesù – e a chi non ha nulla – una casa fatta di amore.
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