" Non voltarsi indietro "

A La Rosta di Riano il ricordo del fondatore della Taddeide mons. Penitenti

Martedì, 7 luglio 2026 a Riano (Roma), le Suore Oblate della Chiesa Missionarie Ecumeniche hanno fatto grata memoria di Mons. Giulio Maria Penitenti morto a Roma il 7 luglio 1978,  loro Fondatore e della Cittadella Ecumenica della Taddeide – Riano con la S. Messa  celebrata da P Renato Spallone, rogazionista, il quale accompagna spiritualmente questa comunità, su mandato del Vescovo Gianrico Ruzza. 

La situazione attuale dello strappo consumatosi all'interno della Chiesa cattolica con il movimento lefebvriano (Fraternità Sacerdotale San Pio X) ci offre un terreno di riflessione profondo, nel quale il Carisma di don Giulio Penitenti — incentrato sull'unità e nato nel cuore del Novecento — risplende di una luce straordinariamente profetica proprio se accostato alla ferita di tale divisione. Ecco alcuni punti di vista e spunti di meditazione su come il Fondatore parla ancora oggi:
 
1. La profezia del "non voltarsi indietro" contro l'illusione lefebvriana
Nel 1969, in pieno fermento post-conciliare (e proprio negli anni in cui maturava la frattura tradizionalista), Don Giulio scriveva parole che oggi risuonano come un severo monito e, insieme, una promessa: "Quello che importa è di non voltarsi indietro, ma di continuare a lottare e a faticare fino a che c'è fiato, con fiducia, con amore, con umile costanza!"
Lo strappo lefebvriano nasce essenzialmente dalla paura del futuro e da un irrigidimento nostalgico verso un passato idealizzato. Voltarsi indietro significa trasformare la Tradizione da un "fiume vivo che scorre" a un "museo di acque stagnanti".
Don Giulio, con sguardo profetico, insegna che la fedeltà a Cristo non si misura da quanto si resiste arroccati nel passato, ma da quanto si cammina con coraggio verso il futuro guidati dallo Spirito Santo. Non voltarsi indietro significa fidarsi della guida della Chiesa, rifiutando l'illusione che la "vera Chiesa" sia rimasta ferma a un'epoca precedente.
 
2. L'ecumenismo spirituale come "terapia della pazienza"
Di fronte a uno scisma formale o sostanziale, la tentazione umana è quella del muro contro muro o della condanna sterile. Don Giulio, profondamente segnato dall’esperienza drammatica come cappellano militare in Russia (1942/43), sapeva che la riconciliazione non nasce dai decreti, ma dalla “condivisione della sofferenza e dalla preghiera”. Egli definisce l'ecumenismo come "terapia della pazienza"  significa accettare la sofferenza delle divisioni attuali continuando – “a piccoli passi” - a tessere legami. È l'atteggiamento che Don Giulio chiamava "umile costanza".
Raccomanda, infine, che chi non ha pazienza finisce per tagliare i ponti (creando scismi, come i lefebvriani) o per arrendersi allo scoraggiamento. La pazienza ecumenica, invece, sa attendere i tempi dello Spirito stando in ginocchio, lavorando nel silenzio e nella carità quotidiana.
 
3. Oggi, come applicare l'Ut unum sint.
La preghiera di Gesù ("Che tutti siano uno", Gv 17,21) applicato alla frattura tradizionalista suggerisce che la via per ricucire lo strappo non è il compromesso sul verità del Concilio, ma una “pazienza instancabile”. Richiede di comprendere le paure di chi si isola, offrendo la testimonianza di una Chiesa viva., che non ha paura del dialogo e che rimane ancorata a Pietro.
Vivere l'unità prima di tutto all'interno delle nostre comunità, delle nostre Parrocchie e delle nostre Diocesi. Non si può essere artigiani di unità con i cristiani di altre confessioni se si coltiva la divisione o il giudizio verso i propri fratelli cattolici. L'Ut unum sint si applica accogliendo l'altro nella sua diversità, scoprendo ciò che lo Spirito ha seminato di buono in lui, e offrendo spazi di spiritualità condivisa (esattamente come fa la Cittadella Ecumenica). Don Giulio ha speso la sua vita, la salute e ogni risorsa per questo sogno, insegnandoci che l'unità costa, ma è l'unico cammino che riflette il volto di Cristo.
 
 
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