Che erano le terme più calde d'Italia
Le ultime notizie certe sulle famose Aquae Caeretanae ce le dette il noto scrittore e medico romano Celio Aureliano, sostenitore dell’idroterapia, il quale dichiarò che si trattava “delle acque termali più calde d’Italia”, mentre precedentemente lo storico e geografo greco Strabone nel suo "De Geographia" aveva scritto che “Erano talmente famose da essere più popolate della stessa Caere”. Sulle Aquae vi è anche da ricordare ciò che annotò lo storico antico romano Tito Livio nella sua "Ab Urbe Condita": “nell’anno tra i vari prodigi ci fu quello delle acque ceriti miste a sangue”. Dopo Aureliano questo sito, esteso su circa sette ettari, fu completamente dimenticato per circa 1500 anni, fino al 1987. Fra coloro che le cercarono inutilmente vanno sicuramente annoverati, agli inizi del 1600 i due geografi e storici tedeschi Philippus Cluverius (Filippo Cluverio) e Lucas Holstenius (Luca Olstenio) che mappando i siti e le pertinenze territoriali della Roma antica cercarono inutilmente le Aquae Caeretanae, poste in un'ampia realtà ambientale scarsamente urbanizzata, posta a 300 mt. di altitudine e dominante il mare, Pian della Carlotta, nella quale scorre pure, fra gli alberi e di fianco alle Aquae, anche un ruscello.
Tutto ciò fino a giungere alla fine del 1986 quando a seguito di un'aratura, fu segnalata alla Soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale, un’ampia presenza di particolari cocci e frammenti, per l’esattezza frammenti fittili, di marmo, di vetro e numerosissime tessere policrome di mosaico, sparse su una grande superficie. Iniziati i lavori di ricerca affiorarono subito alcune soglie in marmo e proseguendo negli scavi archeologici, a cinque metri di profondità, furono rinvenuti i resti di due grandi vasche, quelle del "calidarium" e del "tepidarium" circondati da ben tre file di sedili in marmo, ma non solo, visto che sotto brillavano dei gran bei mosaici con le loro rispettive tessere in pasta vitrea di colore blu, verde, giallo, nero e rosso a disegnare un’esplosione di fiori su campo bianco ed insieme a ciò fu rinvenuta una decisiva colonnetta votiva con su scritto: “A Giove e alle fonti delle acque ceretane”.
Fra l’altro dagli scavi emersero pure un bustino muliebre somigliante ad una Faustina ed un pezzo di sedile con su una zampetta di leone; inoltre furono scoperti, lungo le pareti, dei tubi di terracotta che recavano l’acqua per riscaldare gli ambienti. Una realtà di dimensioni e livello artistico decisamente eccezionali rispetto allo standard degli insediamenti noti nella zona. Insomma il mistero delle Aquae Caeretanae scomparse per secoli era risolto. Ma gli scavi dettero pure altre indicazioni a seguito del ritrovamento di tracce di legno bruciato e di vari detriti alluvionali; il segno, come dichiarò l’archeologa d.ssa Rita Cosentino, all’epoca responsabile di Zona della Soprintendenza Archeologica dell’Etruria Meridionale: “che furono distrutte dai Visigoti di Alarico o da una violentissima alluvione”.
Dopo ciò, le ricerche archeologiche si fermarono per mancanza di fondi tanto è vero che, considerando come erano normalmente strutturate le terme romane, all’appello mancano ancora il frigidarium, gli spogliatoi e la palestra. Attualmente il Gruppo Archeologico del Territorio Cerite ha avuto dalla Soprintendenza Archeologica il permesso di ripulitura e lo sta facendo con la stessa équipe operativa che ha già sistemato, in maniera eccellente, l’area sepolcrale del Laghetto al sito della Banditaccia a Cerveteri. Comunque rimane il fatto incontrovertibile che, ancora sepolta sotto terra, vi è sicuramente il grande impianto urbano cittadino legato alle Terme, come ha scritto Strabone. Una storia tutta da riscoprire.
Arnaldo Gioacchini